L’atto creativo risponde al bisogno di immortalità dell’uomo. Il riconoscimento da parte di altri dell’opera creata dà vita ovvero autonomia alla creazione. Senza questa autonomia l’opera sarebbe per l’autore solo una parte di sé . Non risponderebbe pertanto al suo vero bisogno: perpetuare la propria esistenza. Quando non vi è riconoscimento dell’opera né atto creativo per incapacità di espressione dell’individuo, per dare continuità alla propria vita l’uomo usa un meccanismo di controllo della realtà con ogni mezzo, sia esso pure violento, contro gli altri e contro se stesso.
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word wilde web
Gennaio 29, 2008 · Lascia un Commento
Con gli occhi saturi e il cuore gonfio è un uomo solo che si avventura nel terzo millennio.
Crogiuolo di potenzialità inespresse, desideri, progetti e sogni stroncati sovente da una mentalità nichilista e razionale ai limiti dell’irragionevole, al mito di dio sostituì il mito di sé. Portato in vetta al monte diede la propria anima per regni che non sempre gli vennero accordati. Nel vendere se stesso svendette la sua terra e il suo onore. Non riconobbe la sua casa, bevve l’acqua dei suoi figli, tolse il pane dalle loro mense.
Ora la belva impazzita divora la propria progenie. Il mondo che lascerà loro non lo riguarda.
Brancola per la rete, entra dallo stargate dell’anima, propone le proprie perversioni, i propri miti delusi elusi illusi. Si vende per poco amore. Narra di sé, dell’uomo che è stato, narra dell’uomo sognato dai padri sconfitti, narra di madri baldracche di orrori dell’anima, di intimità violate, di lacrime consumate nella notte delle proprie solitudini. Ora si gioca tutto, il giocatore d’azzardo, per un poco di ascolto. Gioca il suo nulla e il suo tutto, per un solo attimo di verità.
Ora si fida di quello che vede l’uomo. Non si fida di quello che sente l’uomo. E da quando gli hanno detto che anche la vista è un inganno non crede ai suoi occhi. Gira vorticosamente nel suo inferno, sbatte contro le pareti della sua casa oramai cieco.
E se cieco sono, disse a se stesso, chiuderò le palpebre per meglio vedere. Saranno i sensi a guidarmi.
Solcò ogni corpo quest’uomo, lo plasmò con le mani e tastò nel buio ogni anima persa trovasse lungo il cammino. Sentì le spine trafiggergli la carne ed ebbe nostalgia della luce.
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Traghettatori
Gennaio 29, 2008 · Lascia un Commento
Alcuni di noi nascono traghettatori.
Capita che durante il viaggio, nei momenti di burrasca o di bonaccia, gli uomini e le donne li cerchino, credano di non poter fare a meno della loro barca, della condivisione delle notti senza luna e dei momenti di ansia quando sembra che l’oceano ti debba inghiottire.
Quando arrivano in vista della terra il sole illumina il traghettatore, ne evidenzia le rughe e la pelle consumata dalla salsedine, l’anima inquieta in perenne moto. Solo allora gli uomini e le donne capiscono di essere fatti per la terra. Salutano lievemente i traghettatori e a volte li pagano.
I traghettatori conducono gli uomini e le donne all’altra riva,
sia essa una donna, un uomo, un cammino.
A volte la solitudine o la morte.
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Storia del mondo
Gennaio 29, 2008 · Lascia un Commento
E fu così che per sentirsi meno solo, Egli decise di scrivere un racconto.
Volle esprimere se stesso in un’opera compiuta e condividere con altri i suoi pensieri.
Tracciò dunque con sapienza braccia e gambe di questo primo personaggio e gli parlò. Ma il suo personaggio lo fissava muto.
L’uomo infatti, non sapeva quanto è profonda la solitudine di un Dio.
Questa premessa è necessaria per capire come un romanzo sia in realtà l’atto di una penna che trasforma una figura di carta in vita e il movimento in tempo e l’aria in respiro. E di come poi la figura di carta si innamori del suo libro, di questo libro che si chiama Storia, fino a volere essa stessa scrivere un romanzo eterno, per raccontare all’universo del suo inferno e del suo sogno che si chiama paradiso.
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Minerva
Gennaio 29, 2008 · Lascia un Commento
Quando vedo una persona troppo gentile mi chiedo sempre che cosa abbia da farsi perdonare. Ma quando conobbi Teresa mi porse la mano sorridendo con tale dolcezza, da farmi credere che la sua cortesia fosse il moto di un animo nobile. Dopo sei mesi fuggì con mio padre.
La sera prima mi invitarono entrambi a cena e lui mi regalò una spilla che ancora conservo. E’ stata la sua eredità. E’ d’oro e raffigura la dea Minerva. La fermezza è così acuminata da mettere in pericolo gli abbracci più stretti, per questo l’ ho conservata nella cassaforte dello studio. E per tutta la vita ho navigato con costanza e dolore. Oggi conto novanta anni. Posso indossarla finalmente e declinare con grazia le effusioni altrui, per continuare a preservarli dall’onere del vedere sulla loro carni quanto la conoscenza ferisca e allontani i più.
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